Gli effetti sulla salute :Intervista al professor Renato Gilioli

Intervista al professor Renato Gilioli, neuropsichiatra. Uno dei massimi esperti di mobbing in Italia

Nei suoi studi, l’etologo Konrad Lorenz notò un comportamento aggressivo negli animali che definì come mobbing, dal verbo inglese “to mob”, attaccare, accerchiare. Nacque così il termine che ancora oggi usiamo. Più tardi, negli Anni ’60 un medico svedese riscontrò un comportamento ostile a lungo termine nei bambini a scuola – quello che in Italia viene chiamato bullismo – e lo definì allo stesso modo: mobbing.

Venti anni più tardi, all’inizio degli Anni ’80 il professor Heinz Leymann riscontrò lo stesso tipo di comportamento ostile a lungo termine negli impiegati sul posto di lavoro. Da allora il professore è divenuto un esperto internazionale di mobbing. Proprio grazie a Leymann si iniziò a parlare del fenomeno anche in Italia in un convegno organizzato da Renato Gilioli, neuropsichiatra, direttore del Centro di disadattamento lavorativo di Milano nato nel 1996. In 8 anni di vita, il centro è ormai divenuto un’istituzione all’avanguardia che in Italia ha affrontato oltre 4mila casi di lavoratori molestati.

Professor Gilioli, da noi si parla di mobbing sul lavoro da una decina di anni: e prima di allora?
L’argomento era sconosciuto non perché non esistesse, ma nel senso che in quegli anni veniva introdotto l’argomento con un background scientifico. Il mobbing, che prima era semplice racconto da persona a persona, ha assunto una sua scientificità. Leymann ha avuto il merito di studiarlo scientificamente, verificando qual è la sua frequenza sul luogo di lavoro, studiandone le misure di prevenzione, le conseguenze sulla salute con un ampio excursus di tipo culturale.

In questi 8 anni siamo ancora a un livello pionieristico nell’affrontare il fenomeno?
Direi di no. Noi ce ne occupiamo dal punto di vista medico, io sono un neuropsichiatra. Queste situazioni di lavoro possono provocare conseguenze sulla salute. Vogliamo verificare se esiste un’attendibilità della persona, oppure se si tratti di portatori di una patologia che non ha nulla a che fare con la situazione lavorativa. Il nostro è un lavoro di ricostruzione diagnostica innanzitutto della storia lavorativa. Poi avviene un accertamento di medicina del lavoro e di psichiatria per verificare che tipo di patologia si è sviluppata, se si è sviluppata.

Quali sono i disturbi?
Sono di tipo psichico, sostanzialmente ansia e depressione. Poi ci sono disturbi di tipo psicosomatico oppure del comportamento di vario tipo. È una sintomatologia per certi aspetti uniforme ma con uno spettro ampio di situazioni cliniche.

Come si certifica la malattia da mobbing?
Noi facciamo diagnosi. I pazienti inviati dal medico di famiglia sono ricoverati da noi in day hospital e si sottopongono a una serie di accertamenti completamente gratuiti, convenzionati con il servizio sanitario nazionale. L’obiettivo è dare una diagnosi innanzitutto se esiste un disturbo e poi cercare di capire se questo disturbo ha qualche relazione con la situazione di lavoro. Anche se noi non arriviamo a stabilire un nesso di causa. Il nesso di causa è la connessione diretta causa-effetto tra le molestie sul lavoro e le conseguenze sulla salute. Siamo in una certa difficoltà da questo punto di vista in quanto vediamo il paziente, abbiamo la sua versione, verifichiamo la sua attendibilità. Tutto questo va bene, ma ci manca la possibilità di sentire l’altra parte. Il più delle volte parliamo invece di compatibilità. Riscontriamo una situazione clinica che può essere compatibile con una situazione negativa di lavoro, ma non è che scatti automaticamente il nesso di causa.

Quali accertamenti clinici vengono svolti?
Si tratta di colloqui di medicina del lavoro, un colloquio di psichiatria, di psicologia condotti da specialisti e una serie di test psicologici che hanno il più delle volte il potenziale di fotografare meglio la situazione emotiva della persona.

È possibile fare un quadro clinico del mobbizzato tipo?
Forse sì: il più delle volte sono persone con sindromi ansioso-depressive. Non sempre però le persone che sono sottoposte a queste situazioni si ammalano e vanno incontro al disturbo. Noi non sappiamo per la verità quante persone si ammalano. Probabilmente sono una percentuale ridotta rispetto al numero di persone sottoposte alla situazione negativa. La maggior parte non si ammalano, hanno un disagio psicofisico, sviluppano un disturbo della qualità della vita, questo sì.

Quali sono le cure?
Ci sono cure sintomatiche. Si cura il sintomo: se una persona è depressa, si cura la depressione, se una persona è ansiosa si cura l’ansia anche con farmaci. Le cure però non sono sempre efficaci, anzi il più delle volte non lo sono, finché perdura quella situazione. In sostanza il problema del disturbo è correlato allo stillicidio delle situazioni negative. Non è il capo che ti tratta male un giorno, non è il maltrattamento episodico ma è una condizione in qualche modo stabile e che si protrae per mesi e mesi: spesso per sei mesi, un anno.

Un paziente che viene da voi come si comporta nei confronti dell’azienda dopo la cura?
Ci sono anche quelli che fanno causa, ma sono una netta minoranza. La maggior parte delle persone vuole essere informata sul proprio status psicologico. Vogliono capire la propria situazione e comprendere se sono sottoposti a mobbing o se il loro disturbo nasce da altre situazioni che non sono di lavoro.

In Italia come siamo collocati nello studio del fenomeno e nella sua frequenza?
Ci sono statistiche dell’Unione europea che dicono che l’Italia è uno dei Paesi meno colpiti. Si tratta di statistiche vecchie, che si basano su interviste telefoniche fatte molti anni fa quando il problema era totalmente sconosciuto. Danno all’Italia una percentuale (il 4,2%) di persone che hanno questo problema sul lavoro che è largamente sottostimata. Intendiamoci non ho delle basi per sostenerlo, ma quello che mi sorprende in queste statistiche è che l’Italia avrebbe un’incidenza di questi fenomeni molto inferiori a Paesi dove esiste una civiltà maggiore dal punto di vista dei rapporti interpersonali come il Nord Europa dove ci sarebbe secondo le stesse statistiche il 12%, in Inghilterra addirittura il 13%.

In una situazione di stress sul lavoro non è soltanto il capo a influire?
No, certamente il capo, ma possono essere anche i colleghi di lavoro. È quello che si chiama mobbing trasversale, oppure che noi chiamiamo anche mobbing emozionale. Ha a che fare con i sentimenti, con le rivalità, con le gelosie, la competizione esasperata, le emozioni. Questo naturalmente è un fenomeno legato alla trasversalità da collega a collega. C’è un inglese che sostiene che quando il fenomeno si verifica, allora è il capo a essere perverso. Ma secondo me è sbagliato, nel senso che capiterà qualche volta che il capo perverso si sfoghi contro il suo sottoposto per il semplice gusto di farlo, ma questa è l’eccezione.

 
Daniele Passanante

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