Il 4 ottobre è stato ripristinato come festività civile e festa nazionale in onore di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Inserita in calendario dalla Legge 8 ottobre 2025, n. 151,
Francesco d’Assisi, il santo poverello, il giullare di Dio, il mistico, il fondatore dell’Ordine dei Francescani, l’inventore della poesia in lingua italiana, colui che con la scelta della povertà e la provocazione della pace sfidò la Chiesa del suo tempo e sovvertì il mondo, l’antesignano dell’ecologia, una delle figure più venerate della cristianità e più rispettate della laicità, il patrono d’Italia… è tornato a essere celebrato ogni 4 ottobre come festa nazionale, come avveniva fino al 1977, quando la riduzione dell’orario di lavoro per le solennità civili fu rimossa e nel giorno di San Francesco si tornò a scuola e al lavoro. Anni di contestazione e di scelte laiciste, certo, ma soprattutto questione di soldi, perché anche le solennità hanno un costo e persino i giganti della storia, come il santo di Assisi, ne fanno le spese.
Volenti o nolenti, la sua biografia resta scolpita nel Dna più intimo di tutti noi, cristiani o non credenti, scandita dai fermo-immagine più noti: Francesco che si denuda davanti al vescovo rinunciando ai beni materiali e alle ricchezze di suo padre Giovanni di Pietro di Bernardone, Francesco che infiamma l’anima di chi lo incontra e lo segue nella sua splendida follia, Francesco che dialoga con gli uccelli, con frate vento, con le nuvole, il cielo sereno ed ogni tempo, perché tutto è creato e creatura, Francesco che loda il Signore anche per la malattia e la sofferenza, dichiarando beati coloro che sapranno sopportarle in pace. Francesco che loda anche “nostra sora” la morte corporale, “dalla quale nessun uomo vivente può scampare”, ma che “non farà alcun male” a quelli che le andranno incontro con il cuore in pace.
La pace: sintesi somma dell’attualità di Francesco. Attratto da ragazzo dalla cosiddetta “arte” della guerra, prese le armi per la ghibellina Assisi contro Perugia la guelfa, fece scorrere il sangue, chissà, probabilmente uccise. Restò ferito, fu fatto prigioniero e cadde malato. Ma proprio l’esperienza della violenza aprì in lui la breccia della conversione, la compassione per i piccoli del mondo, quella febbre d’amore che lo porterà a predicare la fratellanza verso ogni creatura.
È da questa scoperta che discende tutto il resto: se il Padre è uno per tutti e se tutti siamo suoi figli, la pace, la solidarietà, la compassione, la condivisione, il dialogo tra culture e religioni, il rispetto per ogni forma di vita e di creatura diventano conseguenze naturali. È questo anche oggi il senso di un 4 ottobre festa nazionale e non solo religiosa, tant’è che non a caso la data, seppure “retrocessa” dai calendari delle festività scolastiche e lavorative, dal 2005 celebra la Giornata della pace e del dialogo interculturale e interreligioso. Lo ricordano anche i testi delle due proposte di legge, precisando tra le finalità i temi universali vissuti da Francesco: “Pace, fraternità, solidarietà, tutela dell’ambiente”.
il messaggio di San Francesco è forse l’unico antidoto che ancora può fermare la scelleratezza. Non si tratta di utopia un po’ romantica, si tratta di storia: infuriava la quinta Crociata e nulla aveva da invidiare in quanto a crudeltà a ciò che avviene oggi. Era il 1219, poco più di otto secoli fa, e Francesco (lo stesso che pochi anni prima aveva sognato sì le Crociate, ma di partire come guerriero) salpò da Ancona per raggiungere il “nemico”, il sultano al-Malik al- Kamil, e proporgli la pace. Il sultano non si convertì, ma riconobbe in Francesco un uomo di Dio, desiderò ardentemente dialogare con lui e instaurare un’amicizia fraterna.
Oggi quel gesto è considerato un evento storico di portata immensa, l’inizio del dialogo possibile tra religioni e culture. E che non sia un’utopia lo dimostra il fatto che il “metodo” funziona anche oggi, quando trova uomini disposti ad applicarlo. Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, 800 anni dopo salpò dalla stessa Ancona con altri cinquecento “folli d’amore” come lui, per marciare insieme nel cuore di Sarajevo assediata dai serbi.



